La Corte di Cassazione con sentenza 26 novembre 2013, n. 26401, tratta il tema del danno morale in caso di infortunio sul posto del lavoro.
Con sentenza del 2 gennaio 2010, la Corte d’Appello di Potenza respingeva il gravame svolto da un’azienda e aveva accolto la domanda proposta da un dipendente per la condanna della società al pagamento del risarcimento del danno morale, per la somma complessiva di euro 17.267,00, in conseguenza dell’infortunio sul lavoro verificatosi il 25.2.2002 dove il lavoratore precipitava dall’alto per circa cinque metri, lavorando, ad un’altezza superiore ai due metri, su una scala a mano.


Con il primo motivo di ricorso, la società, parte ricorrente, denuncia “che il lavoratore non avrebbe assolto l’onere, a suo carico, di fornire valida prova del fatto costituente inadempimento dell’obbligo di sicurezza, né del nesso eziologico tra inadempimento e danno subito”.


A tal proposito, si legge nella sentenza della Cassazione: “La parte che subisce l’inadempimento, pur non dovendo dimostrare la colpa dell’altra parte”, in quanto ai sensi dell’art. 1218 cod. civ. è il datore di lavoro che deve provare che il danno alla controparte deriva da causa a lui non imputabile, “è tuttavia soggetta all’onere di allegare e dimostrare l’esistenza del fatto materiale ed anche le regole di condotta che assume essere state violate, provando che l’asserito debitore ha posto in essere un comportamento contrario o alle clausole contrattuali che disciplinano il rapporto o a norme inderogabili di legge o alle regole generali di correttezza e buona fede o alle misure che, nell’esercizio dell’impresa, debbono essere adottate per tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.


La Corte territoriale, secondo la Suprema Corte, ha correttamente ritenuto il lavoratore “non tenuto a dare nessuna prova” mentre il datore di lavoro avrebbe dovuto dare “prova del comportamento abnorme del lavoratore”.

I Giudici del gravame non si sono limitati a fondare la decisione sulla non corretta efficacia extrapenale del decreto penale di condanna, ma hanno, nella specie, ritenuto soddisfatta l’esigenza probatoria richiesta per il risarcimento del danno morale vagliando la condotta violativa delle norme di prevenzione per gli infortuni sul lavoro: “violazione dell’art. 16 del d.P.R. 164/67, per la specifica condotta omissiva con riferimento all’adozione di adeguate impalcature o ponteggi o idonee opere provvisionali o comunque precauzioni atte ad evitare pericoli di caduta di persone”.

Con il secondo motivo, deducendo violazione di legge (artt. 2721 c.c. e 244 c.p.c.) e vizio di motivazione, il ricorrente critica la negata ammissione della prova testimoniale, a suo dire rilevante a suffragio della dimostrazione dell’esatto adempimento degli obblighi legali di prevenzione degli infortuni.


Il motivo è inammissibile. Il Collegio osserva che le critiche mosse dal ricorrente non possono essere valutate dalla Corte in applicazione del principio di diritto, "secondo il quale, quando sia denunziato, con il ricorso per Cassazione, un vizio di motivazione della sentenza sotto il profilo della mancata ammissione di un mezzo istruttorio, il ricorrente ha l’onere, in virtù del principio di autosufficienza del ricorso, di indicare specificamente le circostanze che formavano oggetto della prova, la loro rilevanza, i soggetti chiamati a rispondere e le ragioni per le quali essi sono qualificati a testimoniare, onde consentire al giudice di legittimità il controllo sulla decisività della prova testimoniale non ammessa sulla base delle deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative".
Queste informazioni non risultano fornite dal ricorrente e il ricorso va rigettato.

Scrivi un commento

 
 
 
 Il codice visualizzato fa distinzione tra le lettere maiuscole e quelle minuscole.