Durante il boom dei telefonini, all’acquisto di ogni ricarica, si pagava un’imposta proporzionale all’importo della ricarica stessa, dovuta come l’equivalente della tassa di concessione governativa, introdotta nel 1995 come estensione del dpr sulla "Disciplina delle tasse sulle concessioni governative" ai telefonini in abbonamento, all'epoca considerati "beni di lusso". 

Questa quota è stata eliminata e ora, se si ricaricano 10 euro, sono solo di traffico telefonico, senza che venga aggiunto il contributo di ricarica.

Grazie alle convenienti offerte all inclusive di abbonamento proposte dagli operatori telefonici molti clienti hanno abbandonato il sistema di ricarica optando per l’abbonamento mensile. Ebbene, per gli abbonamenti la tassa di concessione governativa era ancora in vigore finchè non si è espressa la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 8825 depositata il 1° giugno scorso, stabilendo che il presupposto della tassa non è la licenza, bensì sono le prestazioni periodiche del servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione.

Andiamo per ordine. Nel 2003, il Codice delle comunicazioni elettroniche, che recepiva le direttive comunitarie sulla liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni, aveva abrogato la norma sulla tassa di concessione governativa, tant'è che il Governo italiano nel 2007 si era impegnato a cancellarla.

L’Agenzia delle entrate, però, aveva chiarito che il Codice delle comunicazioni (d.lgs. 259/2003), che ha abrogato l’art. 318, non ha però intaccato l’obbligo di pagamento della tassa di concessione governativa per la telefonia mobile dovuto “per la licenza o documento sostitutivo per l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio pubblico terrestre di telecomunicazioni (art. 318 DPR n. 156/1973 […]) per ogni mese di utenza” così come prevede l’art.21 della tariffa annessa al DPR n. 641/1972. 

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8825 del 1° giugno scorso ha innanzitutto stabilito che il nuovo Codice delle comunicazioni ha sostituito il precedente regime di privativa legale regolato da provvedimenti concessori con un nuovo regime. Questo nuovo regime ha il merito di fondarsi sulla libertà di fornitura dei servizi di comunicazione. Secondo la Corte infatti, il contratto di abbonamento ha natura di semplice rapporto corrispettivo tra utente e gestore; di conseguenza non essendoci alcun tipo di provvedimento amministrativo o licenza manca il presupposto per applicare la tassa. 

La tassa non ha ragione di esistere in quanto non c’è nessuna licenza o autorizzazione che l’amministrazione rilascia all’utente per poter utilizzare il proprio apparecchio con un contratto di abbonamento. Infatti, come si legge nella sentenza, il contratto si basa sul “mero presupposto di fatto della durata della prestazione di servizi, così come conteggiata in ogni bolletta dal gestore all’abbonato”. In sostanza, secondo la Cassazione, la tassa sui cellulari ha come presupposto non la licenza governativa, ma le prestazioni periodiche del servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione. 

In assenza di un provvedimento legislativo chiaro, i gestori continuano ad addebitare la tassa all'utente ed a versarla all'amministrazione finanziaria. Quindi per chi vuole ottenere il rimborso la strada è quella del ricorso attualmente. Sono diverse le associazioni dei consumatori e gli avvocati che in questi anni si sono mobilitati per ottenere il rimborso della tassa di concessione governativa applicata sul contratto del cellulare per i propri clienti.

1 commento

17.12.2012

Ada Grazia Bellodi

l'avevo fatto notare tempo fa. solo che non si trova un modello per poter fare ricorso. Mi potete aiutare?. Grazie

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