Gli atti lunghi degli avvocati sono penalizzati ed è violato il principio del giusto processo. Lo afferma il Tribunale di Milano con sentenza del 1 ottobre 2013, riprendendo la sentenza della Corte di Cassazione n. 11199 del 04.07.2012.
Gli atti lunghi e prolissi che ripetono contenuti del ricorso precedente e quindi non introducono elementi di novità rispetto ai precedenti atti non rispettano il principio del giusto processo, in quanto non sono chiari e allontanano l’obiettivo del processo celere.


Per terminare nel più breve tempo possibile una causa, occorre rispettare il “dovere di motivazione e sinteticità degli atti” introdotto dal codice del processo amministrativo. Il principio vale sia per le parti in causa che per il giudice e afferma anche che gli atti devono essere scritti con uno stile asciutto e sobrio.


Nel caso di atti lunghi, quando viene violato il principio di sinteticità, il giudice può tenere conto del comportamento in sede di liquidazione delle spese processuali, condannando la parte secondo gli articoli 91 e 92 del c.p.c..


La reputazione di un avvocato non passa dalla stesura di atti lunghi, ma dalla sua capacità di districarsi nella difesa del suo assistito, dalla creazione di un proprio stile oratorio, dalla sua presenza sul web nel commentare sentenze e casi, fornendo informazioni e utili consigli agli utenti.


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