Immobile ad uso promiscuo e ispezioni da parte della Guardia di Finanza per accertamento fiscale: l’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione contro la sentenza della commissione tributaria regionale della Toscana n. 25/01/2010, depositata l’8 aprile 2010, con la quale veniva accolto l’appello di due fratelli che hanno ereditato dal padre defunto l’attività di affittacamere e locazione di unità immobiliari.

Il pomo della discordia: tre avvisi di accertamento concernenti l’Irpef, Irap ed Iva per gli anni 1997 e 1998 per violazioni scoperte dopo l’accesso effettuato dalla Guardia di Finanza nell’abitazione del contribuente.

Tuttavia, il giudice di secondo grado osservava che gli accessi compiuti dalla Guardia di finanza avvenivano in assenza di gravi indizi. Il Fisco evidenziava che i locali nei quali si era svolto l’accesso erano promiscui (aziendale e abitativo), pertanto non era necessaria la presenza di “gravi indizi”, in ogni caso, il provvedimento era motivato.

La CTR non considerava che si trattava di locali adibiti a uso aziendale e ad abitazione, con la conseguenza che bastava soltanto l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica per accedere ai locali, senza l’indicazione di gravi indizi di violazione delle norme fiscali, bastando all’uopo unicamente la enunciazione della nota e dell’autorità richiedente l’autorizzazione stessa, anche se tuttavia il provvedimento era motivato da tali elementi e dalla necessità di accesso per verificare quelle infrazioni.

Il giudice tributario, in sede di impugnazione dell’atto impositivo basato su libri, registri, documenti ed altre prove reperite mediante accesso domiciliare autorizzato dal Procuratore della Repubblica, ai sensi dell’art. 52 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, ha il dovere, oltre che di verificare la presenza di una motivazione sulla sussistenza di gravi indizi del verificarsi dell’illecito fiscale, anche di controllare la correttezza di tale apprezzamento.

Si legge sulla sentenza: "Ne consegue che si può ritenere impedita la verifica della effettiva esistenza dei gravi indizi necessari per rilasciare l’autorizzazione, in conformità con la disposizione di cui all’art. 2697 cod. civ., mentre nella specie non risultava che il decreto del PM contenesse una motivazione adeguata ancorché sintetica, senza che peraltro la ricorrente l’avesse specificata (Cfr. anche Cass. Sentenze n. 17957 del 19/10/2012, n. 21974 del 2009)".

La sentenza impugnata risulta motivata in modo giuridicamente corretto e il ricorso dell’Agenzia delle Entrate va rigettato.